La Grande Scommessa

La grande scommessa (The Big Short), diretto da Adam McKay e candidato agli oscar 2016 come miglior film, mi è piaciuto anche se, per poterlo seguire, mi son dovuta spremere il cervello.

Basato sul libro The Big Short – Il grande scoperto (The Big Short: Inside the Doomsday Machine) di Michael Lewis, il film racconta, usando un linguaggio estremamente tecnico e di difficile comprensione per chi, come la sottoscritta, non ha almeno un’infarinatura delle dinamiche che muovono il settore finanziario, di un gruppo di investitori che hanno intuito cosa stava per accadere al mercato prima dello scoppio della crisi finanziaria del 2008. Il cast è pazzesco perché c’è Christian BaleRyan GoslingBrad Pitt (tre bellocci nello stesso film non è affatto male!),  Steve CarellMarisa TomeiMelissa Leo e il cammeo di Selena GomezMargot Robbie e Anthony Bourdain (il cuoco), che interpretano loro stessi.

La grande scommssa

Di cosa ha scatenato la crisi economica del 2008 lo sappiamo tutti, chi più e chi meno, ci siamo documentati arrivando a capire che il mercato immobiliare americano, all’apparenza stabile, è il punto di partenza dal quale prende il via una serie di conseguenze che hanno portato alla crisi mondiale. Le banche hanno cominciato a concedere mutui, preferibilmente a tasso variabile, a chiunque ne facesse richiesta, rendendo il sistema sempre più instabile. Inoltre, la vendita di pacchetti azionari senza valore, ha contribuito alla creazione di una gigantesca bolla che, in pochi anni, sarebbe scoppiata facendo crollare il mercato immobiliare. Pensavo che, per poter seguire la storia, fosse sufficiente conoscere a grandi linee cosa era successo, invece mi sono trovata in difficoltà diverse volte, finendo per non comprendere alcuni passaggi e sentendomi una scema perché non capivo. Il film racconta la scoperta di questa enorme bomba ad orologeria da parte di alcuni addetti ai lavori, in particolare segue le vicende legate a Michael Burry, interpretato da Christian Bale, che scommette proprio contro il mercato. Il crack finanziario può essere spiegato solo utilizzando termini specifici, che spesso comprendono nomi strani o sigle indecifrabili per i comuni mortali, come CDO (obbligazioni di debito collateralizzate... così vi è più chiaro vero?), quindi risulta molto difficile poter conciliare le esigenze di intrattenimento richieste dal cinema, con quelle necessarie per poter raccontare in modo fedele quanto accaduto.

La-grande-scommessa-film

Adam McKay adotta alcuni stratagemmi davvero interessanti, rivolgendosi direttamente al pubblico meno preparato,  per rendere comprensibile i passaggi più difficili. Le spiegazioni tecniche sono affidate a personaggi improbabili, che non c’entrano un tubo con la storia, come Selena Gomez seduta ad un tavolo in un casinò di Las Vegas, che ci spiega i CDO sinteticiMargot Robbie, sdraiata nella sua vasca da bagno a sorseggiare Champagne, che illustra qualche altro complicatissimo meccanismo finanziario prima di invitare tutti a levarsi di torno. Queste trovate ironiche, che interpellano lo spettatore e lo aiutano ad orientarsi, sono la vera forza del film unita alla struttura narrativa solida capace di definire un ritratto credibile (ma non so quanto veritiero) dei personaggi. Purtroppo, almeno nel mio caso, tutte queste spiegazioni, anche se raccontate nel modo più semplice possibile, non sono state abbastanza per poter seguire con facilità la storia. Spesso mi sono persa e non ho capito, trovandomi ad essere confusa e infastidita dai troppi termini tecnici pur rimanendo concentratissima come se stessi assistendo ad una lezione sulle Cefeidi  di Margherita Hack . La grande scommessa, nonostante lo sforzo mentale che mi ha richiesto, mi è piaciuto… ma che fatica!

 

Pubblicato in Bello ma, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il caso Spotlight

Il caso Spotlight, candidato agli Oscar 2016 come miglior film, non mi ha convinta: non è brutto, ma nemmeno bello. Diretto da Tom McCarthy (quello de L’ospite inatteso del 2007) e con un cast niente male-  fra cui spiccano la bella Rachel McAdams (candidata agli Oscar come miglior attrice non protagonista), Mark Ruffalo (candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista), e Michael Keaton (candidato l’anno scorso come miglior attore protagonista per il meraviglioso Birdman), –  non mi ha entusiasmata.

Il film narra le vicende reali, avvenute nei primi anni del 2000, legate allo scandalo degli abusi sessuali da parte di numerosi sacerdoti della Arcidiocesi di Boston. Nell’estate del 2001 arriva nella redazione del The Boston Globe un nuovo direttore, Marty Baron, che vuole riportare il giornale a impegnarsi su tematiche scottanti. Il team di giornalisti investigativi, detto Spotlight, comincia così a occuparsi del caso di un sacerdote che, nel corso di trent’anni, ha abusato di numerosi minori senza che la Chiesa prendesse dei provvedimenti. Il sospetto è che l’arcivescovo di Boston, Bernard Francis Lawfosse al corrente di quanto stava accadendo e abbia fatto il possibile per tenere tutto nascosto. Da qui parte un’importante inchiesta che porterà alla luce numerosi casi di abusi e condurrà la coraggiosa squadra, capitanata da Baron, a mettendosi contro la Chiesa cattolica.

spotlight_locandina il caso spotlight

Il film ricostruisce fedelmente le indagini giornalistiche che hanno portato il The Boston Globe a vincere, nel 2003, il Premio Pulitzer di pubblico servizio. I giornalisti di Spotlight cercheranno di capire cosa sia realmente accaduto e, se le autorità ecclesiastiche, fossero effettivamente a conoscenza degli abusi sessuali sui giovani. Il risultato sarà uno scandalo enorme, che coinvolgerà numerosi sacerdoti e porterà la Chiesa cattolica a fare i conti con il suo lato oscuro (siamo ancora nel mood Star Wars, concedetemela). Il caso Spotlight è un film che vanta l’interpretazione di ottimi attori azzeccatissimi per la parte, è privo di sbavature, e soprattutto, è un lavoro pulito con una sceneggiatura solida e ben strutturata. Non  ho capito subito cosa c’era che non mi piaceva nel film, ho dovuto pensarci un bel po’, perché è fatto veramente bene e sembra non avere pecche. Mi sono accorta però, di avere seguito Il caso Spotlight, con lo stesso interesse con cui potrei vedermi un documentario o leggere un bell’articolo su un giornale. Il regista ha commesso un grande errore: ha dato troppa importanza alla storia e poca ai personaggi. Le indagini vengono seguite passo a passo e, il caso dei preti pedofili, sviscerato in ogni sua parte ma, di tutti coloro che hanno alzato il polverone che ha portato allo scandalo, si sa poco. Il limite della pellicola sta proprio nel non voler approfondire i rapporti umani e professionali dei protagonisti, finendo per essere solo abbozzati in favore dell’inchiesta che stanno svolgendo. Tutto verte ad illustrare i fatti e, pur essendo cinematograficamente efficace, si sente la necessità di conoscere meglio i protagonisti. Si assiste con distacco, senza affezionarsi ai personaggi e provando poche emozioni. Il caso Spotlight è sicuramente un bel film, ma gli manca una cosa indispensabile per poter essere un gran film, chiamatela come volete, cuore, anima, sentimento… insomma quella cosa li, ci siamo capiti!

il caso spotlight film

 

 

 

Pubblicato in Film così così, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Diamante nero

Diamante nero (Bande de filles), film francese del 2014 diretto da Céline Sciamma (la stessa del meraviglioso Tomboy  del 2011 e della serie tv Les Revenants), mi è piaciuto anche se mi aspettavo qualcosa di più. Inizialmente l’avevo proprio ignorato poi, leggiucchiando diverse recensioni (ho dato giusto un’occhiata solo per farmi un’idea) e sentendo il parare di chi lo aveva già visto, mi sono finalmente decisa a dedicare due ore a questo film che non mi ispirava per niente, ma che ormai mi avevano convinta fosse un capolavoro.

La sedicenne Marieme vive con due sorelle più piccole, un fratello maggiore con atteggiamenti da padre padrone e la madre che lavora come addetta alle pulizie e non è quasi mai a casa. Nel quartiere dove abita, alla periferia di Parigi, sono i maschi a comandare e alle ragazze tocca solo stare zitte e subire continue umiliazioni. Marieme va male a scuola e rischia di essere bocciata, a casa deve sottostare alle regole del fratello e il futuro che le si prospetta è solo quello di poter fare le pulizie negli uffici come la madre. Quando  entrerà a far parte di un gruppo di sue coetanee, tutte nella sua stessa situazione e unite dal forte desiderio di farsi valere, le cose cominceranno a cambiare. Assunto il soprannome di Vic, la ragazza, in questa banda tutta la femminile, riuscirà a trovare la sua identità.

diamante nero locandina film bande filles

Diamante nero è uno splendido ritratto, terribilmente sincero, di un adolescente alla ricerca del proprio posto nel mondo. Marieme cresce, sbaglia, cade e si rialza, ama, odia e impara a sopravvivere in quel quartiere alla periferia di Parigi, fatto di regole assurde, ma che potrebbe essere ovunque. La prima parte, in cui la protagonista conosce le sue nuove amiche e con loro inizia  la sua trasformazione, è davvero molto bella. Un cambiamento che comincia dall’esterno – sostituendo le felpe oversize per nascondere le forme con abiti più femminili e lasciando i capelli sciolti invece che legati nelle treccine afro che ha sempre portato – per arrivare nella sua testa e infonderle coraggio. Marieme imparerà a farsi rispettare, non esiterà a sfidare le altre bande, fare a cazzotti e a commettere piccoli furti pur di mantenere la reputazione da dura che si è così faticosamente conquistata. La seconda parte, invece, mi è piaciuta meno, ci sono alcuni passaggi poco chiari e i personaggi sembrano perdere spessore. Un film sulla difficoltà di diventare adulti, sul bisogno di credere nei propri sogni e il desiderio di fuggire da un destino che pare segnato. Diamante nero, diviso in capitoli secondo le tappe fondamentali che segnano il percorso di crescita della protagonista, riesce a conquistarti fin da subito catapultandoti in quel piccolo universo femminile fatto di sfide continue.

In una bellissima scena del film, le ragazze cantano Diamondsfamoso pezzo di Rihanna. La regista, per ottenere il permesso a utilizzare la canzone, ha dovuto mostrare alla cantante alcune scene che erano già state girate. Dopo averle viste, (leggenda vuole, non ho trovato fonti attendibilissime, ma mi piace pensare che sia tutto vero) la popstar, che ne è rimasta particolarmente colpita, ha deciso di cedere gratuitamente i diritti per l’utilizzo.

diamante-nero-bande-de-filles-2014-celine-sciamma-recensione diamante-nero

Pubblicato in Bello ma, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Carol

Carol, diretto da Todd Haynes e basato sul romanzo The price of salt  della scrittrice americana Patricia Highsmith, mi è piaciuto. Un bel film, curatissimo nei particolari e che si avvale dell’ottima interpretazione di due bravissime attrici: Rooney Mara, che ha vinto il premio come migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes, e la splendida Cate Blanchett.

Manhattan,  primi anni Cinquanta. Therese Belivet è una giovane commessa del reparto giocattoli dei grandi magazzini Frankenberg. Un giorno, le si avvicina Carol Aird, donna di estremo fascino ed eleganza, dai capelli biondi e dalle labbra dipinte di rosso, che le chiede consiglio per un regalo da fare alla figlia. Grazie al paio di guanti dimenticati da Carol sul bancone del negozio, le due avranno modo di conoscersi meglio, assecondare la loro reciproca attrazione e sfidare i giudizi morali dell’America bigotta della Guerra Fredda.

carol-locandina-italiana carol-poster Carol

Todd Haynes dopo Velvet Goldmine del 1998 (che ho amato alla follia e visto infinite volte), non è più riuscito a fare nuovamente breccia nel mio cuore.  Lontano dal paradiso (del 2002 con la bellissima Julianne Moore) e Io non sono qui (del 2007 con Cate Blanchett nei panni di Bob Dylan) li ho trovati di una noia mortale. Carol, che aveva tutte le carte in regola per poter essere un pallosissimo melodramma su un amore saffico ambientato nell’America precedente alle rivoluzioni sessuali, è invece un film che è stato capace di catturare la mia attenzione dal primo minuto e coinvolgermi fino ai titoli di coda. Protagoniste sono due donne che fanno una vita completamente diversa: Carol, che vive in una lussuosa casa del New Jersey con la figlia Rindy e il marito dal quale sta per separarsi, e Therese, aspirante fotografa e fidanzata di Richard che desidera sposarla e trasferirsi in Europa con lei. Quando i loro sguardi si incrociano, scatta subito qualcosa e, anche se i dubbi e le paure proveranno a fermare la loro passione, il legame che le unisce è fin da subito troppo forte per cedere al primo ostacolo. Therese è letteralmente rapita da quella figura elegante che le si presenta davanti agli occhi, così all’improvviso come un regalo inatteso e, anche se non capisce subito cosa prova, ha la certezza che non può farsela scappare. Entrambe sono costrette a nascondersi, perché la società americana degli anni Cinquanta non tollera amori fuori dai rigidi schemi che ha imposto, cercando di mentire agli altri ma mai a loro stesse. Un melodramma intimo, fatto di silenzi, sguardi e giochi di seduzione, ma che non rinuncia a mostrare tutta la passione a lungo trattenuta (si, qualche scena di nudo c’è, ma scordatevi di vedere le tette di Cate!). Film esteticamente perfetto, curato nei minimi dettagli, dalle spille appuntate sul cappotto alla tonalità di rosso delle unghie laccate. Gli ambienti sono ricostruiti alla perfezione, il piccolo appartamento in città di Therese, che rispecchia la sua fragilità, e la grande villa di mattoni di Carol, a rappresentare la sua forza e determinazione a non piegarsi al volere della società. Il loro viaggio, fatto in auto un po’ come Thelma & Louise, diventa il simbolo del desiderio di lasciarsi andare ed essere libere. Due attrici splendide e, la più luminosa, Cate Blanchett, sembra donare un po’ della sua luce a Rooney Mara che, anche sforzandosi di apparire sempre timida e educata, riesce a brillare come non mai. Mia sorella, che era al cinema con me, appena si sono accese le luci della sala è riuscita ad esprimere,  in un’unica frase, tutto quello che io ho appena detto in 500 parole: “bellissimo film, un vero e proprio filmone,  fatto benissimo e mi è piaciuto parecchio, ma non so se me lo rivedrei”.

Carol 3

 

 

Pubblicato in Film imperdibili, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

The Lobster

The Lobster, film del 2015 diretto da Yorgos Lanthimos, non mi è piaciuto. Purtroppo, la prima opera in lingua inglese di questo regista greco che io adoro (uno dei miei film preferiti in assoluto è Kynodontas del 2009), nonostante la presenza di ottimi attori come Colin FarrellRachel WeiszLéa Seydoux e l’immancabile Angeliki Papoulia, è stata solo una grande delusione.

In un futuro non troppo lontano essere single dopo una certa età è considerato un crimine. La punizione per tutti coloro che non hanno un compagno è essere arrestati e rinchiusi in un grande hotel nel quale si è obbligati, entro 45 giorni, a trovare l’anima gemella. Scaduto il tempo a disposizione, per chi non avesse ancora incontrato la sua dolce metà, toccherà una condanna ancora peggiore: essere trasformato in una animale. David non è riuscito a trovare una compagna, ma non vuole di certo diventare un’aragosta, la bestia che ha scelto perché ama il mare. Non gli resta che fuggire nel bosco appena fuori l’hotel, dove vivono i ribelli, uomini e donne single a cui non è concesso di innamorarsi. Purtroppo per il protagonista, cupido gli gioca un brutto tiro e la scintilla dell’amore scatta troppo tardi, proprio quando è vietato e rischia di essere severamente punito.

the_lobster_poster_ita colin-farrell-in-the-lobster rachel-weisz-in-the-lobster-poster

Film assurdo e grottesco, come del resto tutti i lavori precedenti di Yorgos Lanthimos, che critica la società contemporanea portando all’estremo le regole che la governano. Ma se con Kynodontas, Alps e Attemberg (in quest’ultimo è solo sceneggiatore), il coinvolgimento emotivo era così forte da essere letteralmente catapultata in quell’universo illogico e folle, guardando The Lobster, sono rimasta una semplice spettatrice della storia che mi scorreva davanti agli occhi. Non ho provato grandi emozioni, ho dormito tranquillamente alla notte e il giorno dopo non ho continuato a pensare a quel film così forte, osceno e impossibile da dimenticare… che in fondo è tutto quello che mi aspetto da Lanthimos. Il regista porta a riflettere sugli obblighi, che la società impone ai single over trenta, di trovare il compagno della propria vita prima che sia troppo tardi (e qua mi viene in mente Bridget Jones: “Gli omosessuali e le donne single sopra i trenta hanno qualcosa di naturale che li unisce: sono abituati a deludere i propri genitori e a vedersi trattare come fenomeni strani dal resto della società“). Nell’universo di The Lobster, il “troppo tardi” consiste nel regredire allo stato animale perché, per coloro che non sono in grado di raggiungere lo status di coppia, non sono nemmeno degni di vivere da umani. Il tempo passa e bisogna correre per poter assecondare il modello imposto dalla società che, portato all’estremo, è di soli 45 giorni. L’hotel per trovare l’anima gemella diventa la metafora di tutte quelle strutture, fisiche e virtuali, realmente esistenti per incentivare gli incontri tra single, e la violenza, soprattutto psicologica, marchio di fabbrica dei film di Lamthimos, rappresenta quella più subdola e crudele del condizionamento sociale. Mascherato da film di fantascienza, The Lobster affronta il tema delicato della pressione psicologica che, uomini e donne (soprattutto queste ultime), sono costretti a subire dalla società. Purtroppo, tutte queste buone intenzioni, danno come unico risultato un film fiacco, noioso e con degli attori che sembrano spaesati e incapaci di dare spessore ai personaggi che interpretano. Lo stile asciutto e terribilmente distante che contraddistingue la recitazione dei film del regista, in questo contesto, forse a causa della presenza di volti molto conosciuti, sembra proprio non aver funzionato. Peccato, mi aspettavo molto di più ed ero pronta a beccarmi un bel pugno nello stomaco…  andrò a rivedermi Kynodontas!

the-lobster-photo- lobster- colin- farrell

 

Pubblicato in Film così così, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Victoria

Victoria, film tedesco del 2015 (non ancora uscito in Italia e temo proprio che non riusciremo mai a vederlo nelle nostre sale) diretto da Sebastian Schipper, mi è piaciuto, nonostante la parte iniziale sia così terribilmente lenta da farmi quasi appisolare.

Victoria è una ragazza di Madrid che vive da qualche mese a Berlino e lavora in una caffetteria del centro. Una sera, dopo essersi scatenata a ballare in discoteca, incontra un gruppo di ragazzi che conoscono molto  bene la città e si autodefiniscono “berlinesi veri”. Sonne e i suoi amici si offrono così di accompagnarla per le strade di Berlino, alla scoperta dei luoghi poco frequentati dagli stranieri. Seguireste alle quattro del mattino degli sconosciuti un po’ brilli, casinisti e dall’aspetto decisamente poco rassicurante? Io certamente no, ma Victoria è sola, in una città che conosce poco, desidera fare amicizia e integrasi nel paese che la ospita, ma non è sempre facile anche se sei una ragazza carina e spigliata. Spinta dal forte desiderio di far parte di un gruppo, decide di passare con loro la a notte in giro a zonzo per Berlino. Le cose si metteranno davvero male quando, costretti da un creditore che pretende la restituzione dei suoi soldi, i ragazzi coinvolgeranno Victoria in una rapina in banca.

victoria locandina VICTORIA-Poster

Il suo essere sprovveduta e forse un po’ stupida, fa sicuramente incazzare (non so quante volte le ho urlato contro di non fidarsi e di scappare!), ma allo stesso tempo il suo comportamento non risulta del tutto irrazionale e se ne comprendono le ragioni. Il desiderio di vivere un’avventura con persone nuove e divertirsi con loro, come fossero gli amici di sempre, prevale sul buonsenso. A Victoria non si accende quel campanellino d’allarme, che l’avrebbe fatta sentire in pericolo e condotta dritta a casa, perché finalmente non è sola e ha degli amici con cui passare l’intera notte fino all’alba, anche se incontrati per la prima volta solo qualche ore prima. Con loro si sente a casa e instaura presto un legame profondo, tanto da decidere di rimanere anche quando la posta in gioco è davvero alta. Victoria, che è un lunghissimo pianosequenza – girato senza interruzioni dalle 4.30 del mattino fino alle 6:54 – ha un inizio molto lento, a stento sono riuscita a rimanere sveglia e mi sono maledetta da sola per aver scelto di vedere proprio quel film. La prima parte, che vede la protagonista incontrare Sonne e il suo gruppo di amici, è molto confusa, noiosa e decisamente troppo lunga. Il punto di svolta si ha quando compare il creditore e viene pianificata la rapina. Il film ha una brusca virata verso l’action movie che mi ha dato letteralmente uno scossone. Quello che pensavo essere un pallosissimo tentativo di descrivere, in salsa crucca, una generazione di giovani balordi – sulla falsariga di capolavori come L’Odio di Kassovitz o il più recente Non essere cattivo di Caligari – si trasforma in un adrenalinico thriller che mi ha tenuto con il fiato sospeso fino all’ultimo. Ci si dimentica della prima parte noiosa e si seguono con attenzione le vicende dei protagonisti, alle prese con una rapina poco organizzata e tutte le inevitabili conseguenze. Victoria è un ottimo film e, quell’inizio così lento, prolisso e apparentemente di poco conto, è invece essenziale per comprendere il comportamento assurdo di questa ragazza sola in un paese straniero.

 victoria2

Pubblicato in Bello ma, Film mai usciti in Italia, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Dio esiste e vive a Bruxelles

Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament, il titolo italiano riprende una delle primissime frasi dette dalla giovane protagonista), film belga diretto da Jaco Van Dormael (quello di Mr Nobody), mi è piaciuto anche se ha deluso le mie aspettative dopo un inizio promettente.

Dio, che vive con la moglie e la figlia in una vecchia casa a Bruxelles dal quale non esce mai, è esattamente l’opposto di quello ci si può immaginare. Sempre in pigiama e pantofole (con un outfit da Drugo de Il grande Lebowski per intenderci), questo uomo di mezza età, è perennemente incazzato e passa la maggior parte del tempo davanti al computer. JC, il figlio maggiore, ha abbandonato casa diversi anni prima per scendere tra gli uomini e morire per loro. Dio decide tutto attraverso il suo PC dal quale provoca incidenti stradali, terremoti, disastri aerei, ma anche semplici piogge e giornate serene. La figlia più piccola, Ea, non sopporta il suo atteggiamento da vecchio bisbetico ed egoista e, aiutata da JC con il quale è rimasta sempre in contatto, fugge da casa attraverso l’oblò della lavatrice. La ragazzina si ritrova così sola nel mondo che suo padre ha creato. Il suo compito sarà quello di reclutare sei nuovi apostoli (per raggiungere il numero 18, come i giocatori di baseball) e combattere l’ira di Dio che si è messo sulle sue tracce. Prima di lasciare casa, la piccola Ea, l’ha combinata davvero grossa, ha infatti manomesso  il computer del padre e ha spedito un sms a tutti gli uomini, svelando loro la data della propria morte.

dio-esiste-e-vive-a-bruxelles poster italiano le tout nouveau testament the-brand-new-testament-

Jaco Van Dormael realizza una commedia surreale con trovate estremamente geniali (a partire da JC), purtroppo intervallate da altre meno riuscite. Dopo una partenza a dir poco esaltante, che mi ha fatto sperare in un capolavoro, Dio esiste e vive a Bruxelles finisce per trasformarsi in un film buonista, gettando così tutte le premesse iniziali. L’incipit, ben costruito e originale (ce ne vuole a immaginare Dio che governa l’universo dalla stanza di un piccolo appartamento, seduto davanti al pc mentre sorseggia birra), non ha un adeguato sviluppo della storia che, perdendosi solo dopo mezz’ora, svela tutta la fragilità della sceneggiatura. Quando Ea si ritrova a vagare fra le strade del mondo, in cerca dei sei apostoli che si andranno ad aggiungere agli altri dodici, inizia per lei una grande avventura fatta di cose nuove ed esperienze mai vissute prima. Per lo spettatore, invece, succede proprio il contrario, perché si troverà a fare i conti  con un escalation di banalità che raggiunge l’apice proprio nel finale. Lo sguardo unico e visionario di Jaco Van Dormael, che ha dominato per tutta la prima parte, lascia il posto a una insipida descrizione dei personaggi, diventando didascalico e prevedibile. Nonostante i numerosi difetti, Dio esiste e vive a Bruxelles è un film godibilissimo che merita di essere visto anche solo per i primi venti minuti o poco più. Non manca di divertire, emozionare e sorprendere, ma anche irritare, annoiare e deludere.

Dio-esiste-e-vive-a-Bruxelless film

.

 

Pubblicato in Film così così, recensione, Recensioni, tutti i film | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento