Desconocido – Resa dei conti, thriller spagnolo

Desconocido – Resa dei conti (El desconocido) – thriller spagnolo del 2015 diretto da Dani de la Torre,  in uscita nelle nostre sale giovedì 31 marzo – pur non essendo particolarmente originale, posso dire che mi sia piaciuto, in quanto, nonostante la giornataccia e il forte desiderio di tornare a casa e infilarmi dritta nel letto, è riuscito nell’ardua impresa di farmi rimanere sveglia, evitando che mi appisolassi con la testa appoggiata sulla spalla del vicino (cosa non del tutto scontata, in quanto l’accoppiata noia-stanchezza è letale!)

Carlos è un funzionario di banca che sembra aver combinato qualche pasticcio con i soldi dei clienti. Una mattina, prima di andare al lavoro, decide di accompagnare i figli a scuola. Appena saliti in macchina, quella che doveva essere una tranquilla giornata come tante altre, si trasforma in un vero e proprio incubo. Avviata l’auto comincia a squillare un telefonino che non appartiene a nessuno della famiglia. Carlos risponde e, dall’altra parte, una voce sconosciuta gli intima di versare un’ingente somma di denaro su un determinato conto bancario. Se si rifiuterà di eseguire gli ordini le conseguenze saranno tragiche perché, posta sotto il sedile del guidatore, c’è una bomba comandata a distanza che verrà attivata appena qualcuno dei passeggeri proverà ad abbandonare il veicolo. Da questo momento inizia una corsa contro il tempo che vedrà Carlos combattere contro un nemico invisibile e sconosciuto, ma che conosce tutto di lui. Il protagonista si troverà intrappolato in una situazione che sembra non avere vie d’uscita in cui, da una parte, è costretto a seguire gli ordini di chi lo sta ricattando al telefono, e dall’altra, dovrà scappare dalla polizia che lo insegue perché lo crede capace di far esplodere la macchina con all’interno i propri figli.

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Desconocido – Resa dei conti è un film sulla vendetta. Carlos ha tutto: una bella famiglia, un ottimo lavoro, una bella casa e una macchina lussuosa, ottenuti compiendo scelte che l’hanno portato ad arricchirsi danneggiando gli altri. Lui è vittima del piano diabolico architettato da chi è veramente incazzato perché non ha più niente, ma allo stesso tempo, è anche colui che ha innescato l’intero meccanismo. In questo thriller spagnolo la tensione rimane sempre alta, tanto da farti sentire sull’auto seduto a fianco a Carlos e avere paura ad alzare il culo dalla poltrona del cinema per timore che parti il conto alla rovescia che farà esplodere la bomba. Una situazione apparentemente senza via d’uscita, in cui i protagonisti sono bloccati in uno spazio ristretto, rimanda immediatamente al claustrofobico In linea con l’assassino di Joel Schumacher, con Colin Farrell intrappolato in una cabina telefonica di Manhattan e ancora di più a Speed di  Jan de Bont con Keanu Reeves e Sandra Bullock alla guida di autobus con a bordo una bomba pronta a scoppiare appena si scende sotto le 50 miglia orarie. Desconocido non ha le pretese di raccontare qualcosa di nuovo ma, grazie ad un ritmo incalzante, all’ottima recitazione soprattutto di Luis Tosel (Carlos), alla sceneggiatura solida (si perde solo un po’nel finale) e al contesto attuale della crisi economica mondiale nel quale la storia è inserita, risulta essere un buon film, un thriller tesissimo con la giusta dose di azione.

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Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot, diretto da Gabriele Mainetti al suo debutto alla regia, è veramente una figata!

Enzo Ceccotti, interpretato da Claudio Santamaria, è un criminale di Tor Bella Monaca che tira a campare commettendo piccoli furti. Un giorno, mentre cerca di scappare dalla polizia che lo sta inseguendo, finisce nel Tevere, proprio dove sono stati abbandonati dei barili contenenti materiale radioattivo.  Dopo essere venuto a contatto con queste sostanze tossiche, come in un fumetto Marvel, il protagonista scopre di essere dotato di una forza sovraumana. Enzo utilizzerà immediatamente i suoi nuovi superpoteri per procurasi soldi facilmente, attirando  l’attenzione dei criminali della città che gestiscono il traffico di droga. L’incontro con la vicina di casa (Ilenia Pastorelli, direttamente dalla dodicesima edizione del Grande Fratello… e chi lo avrebbe mai detto?), una ragazza con qualche rotella fuori posto e la fissa per la serie animata Jeeg robot d’acciaio tratta dal manga di Go Nagai, cambierà le cose perché, con la sua estrema ingenuità, farà capire a Enzo che Roma, proprio come Gotham City, ha bisogno solo di un eroe.

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Gabriele Mainetti tenta l’impossibile, o meglio, ha fatto quello che nessuno aveva mai osato fare prima: un superhero movie con una struttura da fumetto americano, ma tutto made in Italy e persino ambientato nella capitale! Il risultato è qualcosa di sorprendente perché, ironia e serietà nelle scene d’azione, trovano il giusto equilibrio senza scimmiottare i blockbuster americani, ma inventando un genere nuovo qui da noi. Il cast è azzeccatissimo: Claudio Santamaria, con gli occhi a pesce che gli conferiscono la sua inconfondibile espressione da fattone, è perfetto nel ruolo dello sfigato, capace di passare tutto il giorno davanti al televisore a guardare film porno mangiando budino alla vaniglia; Ilenia Pastorelli, con quel suo viso strano e il nasino alla Michael Jackson, sembra uscita direttamente da un anime; Luca Marinelli è a dir poco meraviglioso nella parte del villain, un criminale folle ed eccentrico come Joker, ma che ha partecipato a Buona Domenica anni prima e sogna di sfondare con i video caricati su Youtube (strepitosa la sue esibizione con trucco e giacca di paillettes sulle note di Un’emozione da poco di Anna Oxa ). Tutto funziona a meraviglia, anche gli effetti speciali a costo contenuto (bastava  poco per far saltar fuori una vera e propria trashata!) e la musica, tutta rigorosamente italiana, che spazia da Non sono una signora di Loredana Bertè alla rivisitazione della vecchia sigla di Jeeg Robot d’acciaio. Lo chiamavano Jeeg Robot è un piccolo capolavoro, un film originale e intelligente in mezzo a tanta spazzatura e scarsità di idee, e la dimostrazione che non servono budget stratosferici per fare grandi cose. Da non lasciarselo scappare per nessun motivo!

Il 20 febbraio è uscito il fumetto basato sul film, una breve storia autoconclusiva, curato da Roberto Recchioni con  i disegni di Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone. Dello stesso albo ci sono quattro diverse copertine realizzate dallo stesso Reberto Recchioni, Zerocalcare, Leo Ortolani e  Giacomo Bevilacqua.

Roberto Recchioni

Roberto Recchioni

Giacomo Bevilacqua

Giacomo Bevilacqua

Leo Ortolani

Leo Ortolani

Zerocalcare

Zerocalcare

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The Danish Girl

The Danish Girl – diretto da Tom Hooper (quello di Il discorso del re Les Misérables) e interpretato da Eddie RedmayneAlicia VikanderAmber Heard (la moglie di Johnny Depp) e Ben Whishaw – non mi è piaciuto. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di David Ebershoff scritto nel 2001, racconta la vera storia di Einar Wegener, pittore paesaggista danese che, nel 1930, si sottopose ad una serie di operazioni  per cambiare sesso diventando Lili Elbe.

Gerda Wegener, pittrice ritrattista, chiede a suo marito di posare per lei indossando gli abiti femminili della sua amica Ulla che le doveva fare da modella. L’imbarazzo iniziale lascia presto spazio al forte desiderio di immedesimarsi completamente in una donna e, il giovane Einer Wegener, assecondato dalla moglie, seguirà la sua natura che lo porterà a prendere una decisione estrema diventando il primo transessuale della storia.

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Tom Hooper, proprio come Einer, sceglie di dipingere gli sfondi dimenticando i personaggi. The Danish Girl è esteticamente perfetto e gli attori si muovono dentro una cornice impeccabile, al cui interno, nulla è fuori posto se non i protagonisti stessi. Ogni inquadratura è un vero e proprio quadro dove sono le pareti color carta da zucchero, i mobili in stile liberty e gli abiti ricamati a riempire lo schermo, più del bravissimo Eddie Redmayne, pur regalando un’ottima interpretazione – che potrebbe portarlo al suo secondo Oscar come attore protagonista dopo La teoria del tutto nel 2015 – e della sorprendente Alicia Vikander, anche lei candidata agli Oscar come miglior attrice non protagonista (se non l’avete ancora vista in Ex Machina fatelo subito!). Il film ricerca la perfezione nello sfondo, ricostruendo gli interni in modo maniacale, ma trascurando tutto il resto. I fatti vengono presentati senza mostrare la complessità del forte legame tra Einer e Gerda e, la lenta presa di coscienza di lui di voler diventare e sentirsi Lili Elbe, è affidata unicamente al grande lavoro sulla gestualità e la postura di Eddie Redmayn. Il tormento del protagonista è nascosto dietro scenografie curatissime, costumi meravigliosi e una fotografia perfetta. The Danish Girl è visivamente appagante e, anche se riesce a catturare lo sguardo, delude subito dopo perché racconta una storia forte con un tocco troppo lieve sfiorando il dramma e stando sempre attento a non sconvolgere. In un film che racconta la trasformazione di un corpo, persino le scene di nudo, troppo ripulite e garbate, si avvalgono della giusta angolazione per mostrare il minimo indispensabile.

Insomma, The Danish Girl è una palla perché dopo un’ora di belle scenografie, inquadrature come dipinti di Manet e assoli di Eddie Redmayn che pare fare di tutto per fregare Leonardo di Caprio e accaparrasi l’Oscar, vorresti una storia meno trattenuta capace di catturarti e perché no con un pizzico di audacia in più!

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Joy

Joy, diretto da David O. Russell (quello di The Fighter, Il lato positivo – Silver Linings American Hustle – L’apparenza inganna),  è riuscito quasi a piacermi, nonostante la presenza della coppia Jennifer Lawrence e Bradley Cooper che già, dal secondo lavoro insieme, ho cominciato ad odiare (presi singolarmente li tollero pure ma, nella stesso film, non li sopporto proprio!).

Joy è una giovane donna con due figli, un bel marito dal quale sta per separarsi e si è appena trasferito nel seminterrato (interpretato da Édgar Ramírez appena visto in Point Break), una madre perennemente chiusa in camera a vedere soap opera, una sorella che non perde mai occasione per denigrarla e un padre (Robert De Niro) in cerca di una nuova compagna (la trova ed è addirittura Isabella Rossellini). Dotata di grande creatività e inventiva, fin da bambina si è cimentata nella costruzione di nuovi oggetti capaci i semplificare la vita quotidiana di chi le sta accanto. Nessuno sembra credere in lei e nelle sue piccole invenzioni, a parte la nonna che è l’unica su cui può sempre contare. Joy lavora nel servizio a terra di una compagnia aerea ma, appena torna a casa, l’aspettano numerose faccende domestiche da sbrigare. Proprio perché sa bene quanto sia faticoso stare inginocchiata a passare lo straccio sul pavimento, un giorno inventa un nuovo mocio, che potrebbe cambiarle la vita. Il brevetto di questo semplice strumento, detto Miracle Mop, la porterà lontano fino a pubblicizzarlo di persona sul canale commerciale QVC. Per Joy la strada sarà tutta in salita, non mancheranno infatti grandi delusioni, umiliazioni e tradimenti.

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La protagonista è una sorta di cenerentola moderna che non aspetta la fatina e la sua bacchetta magica per poter cambiare le cose. Grazie alla sua determinazione cercherà di realizzare i suoi sogni, partendo da un’idea semplice come un mocio che si può strizzare senza doversi sporcare le mani. Una donna forte che, pur essendo piena di debiti e sentendo il peso di avere tutti contro, non si arrende mai e si batte fino all’ultimo. Joy non è un film che racconta la nascita di un oggetto che cambierà il mondo, perché Miracle Mop è uno spazzolone per pulire il pavimento e, al massimo, potrà facilitare le faccende domestiche. Per la protagonista però rappresenta il suo futuro, metterà in gioco tutto rischiando persino di perdere la casa e, da semplice mocio, diventa così qualcosa di importante per cui vale la pena lottare. A tratti il film assume i connotati della fiaba e la storia vera dell’imprenditrice Joy Mangano, colei che dal nulla ha creato un impero, risulta poco credibile proprio come i dialoghi delle soap opera amate dalla madre e, con l’avanzare della storia, i personaggi perdono credibilità. Joy è dunque un filmetto, con una storia tutta al femminile capace di coinvolgerti e, se non si sta proprio a guardare tutto (compreso il finale con tanto di Cowboy), può anche piacere!

Jennifer Lawrence è candidata agli Oscar 2016 come miglior attrice protagonista e, se già è stata graziata vincendo per Il lato positivo, qui, anche se è proprio lei a tenere in piedi il film, siamo mooolto lontani a portarne a casa un’altro!

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Bone Tomahawk, un film western che è anche un horror

Bone Tomahawk, film del 2015 scritto e diretto da S. Craig Zahler (qui al suo esordio alla regia, ma sceneggiatore dell’inquietante The Incident, horror francese del 2011), mi è piaciuto anche se la prima parte è terribilmente lenta e, solo verso la fine, si fa veramente interessante.

La cittadina di Bright Hope è scossa da alcuni terribili eventi. Una tribù di indiani, dediti al cannibalismo e con un fischietto conficcato nella trachea che gli impedisce di parlare permettendogli però di emettere un suono assordante, rapiscono la giovane Samantha O’Dwyer, interpretata dalla bella Lili Simmons, e altri sfortunati concittadini. Lo sceriffo Franklin Hunt (il sempre bravo Kurt Russell), raduna un gruppo di uomini, pronti a mettersi subito in viaggio, per ritrovare la donna e uccidere i selvaggi. Armati di coraggio e fucili ben carichi, lo sceriffo e la sua squadra, composta da Arthur – il marito di Samantha (interpretato da Patrick Wilson, attore protagonista di numerosi film ma che, pur essendo bravo, belloccio e dalla vaghissima somiglianza con Paul Newman, nessuno si ricorda mai di lui) – l’intrepido pistolero John Brooder (con quei baffi da attore porno anni settanta quasi non riconoscevo Matthew Fox, il dottor Shepard di Lost!) e il vecchio Chicory.

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Bone Tomahawk è un vero e proprio western che sprofonda lentamente (mooolto lentamente) in un horror splatter, rimandando a Cannibal Holocaust (cult anni ’80 diretto da Ruggero Deodato che mi ha terrorizzata a tal punto da non sentirmi ancora pronta per vedere il recente The Green Inferno di Eli Roth). Per oltre un’ora succede ben poco. I quattro uomini intraprendono un’avventura che purtroppo di avventuroso non ha proprio nulla perché, più che una pericolosa caccia ai rapitori, pare una tranquilla passeggiata tra i canyon. Bisognerà aspettare gli ultimi quaranta minuti per saltare sulla sedia dallo spavento e finalmente vedere un po’ di sangue. L’attesa viene però abbondantemente ripagata e, con l’arrivo della tribù di cannibali, la violenza esplode. Dalla tranquillità della prima parte, si passa ad un susseguirsi di scene a prova di stomaco capaci di farti dimenticare di esserti annoiato per più di un’ora (oddio, proprio dimenticare no, direi piuttosto che si riesce a perdonare quella lunghissima e ed estenuante passeggiata che pareva non finire mai). Bone Tomahank dura ben 133 minuti, che non son pochi soprattutto se si considera che per buona parte del film, tra uno sbadiglio e l’altro, ci si chiede se prima o poi accadrà qualcosa. Come capita in tanti altri film (il primo che mi viene in mente è Victoria), la lunga attesa tranquillizza lo spettatore, quasi lo culla e lo addormenta, per poi dargli uno scossone. C’è mancato poco che io veramente mi appisolassi ma, quando finalmente la musica cambia, mi sono resa conto di essere sveglissima e che mi stava piacendo di brutto! Certo, una prima parte così lenta non è facile da digerire e si poteva trovare il modo di renderla più interessante, ma questo ha contribuito a rendere il finale ancora più sconvolgente proprio perché, dopo un’ora abbondante di scampagnata tra rocce scolpite dal vento ed erba bruciata dal sole, non ti spetti di certo dei cannibali affamati con un fischietto nella trachea!

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Recensione di Orgoglio e Pregiudizio e Zombie

Orgoglio e pregiudizio e zombie (Pride and Prejudice and Zombies), scritto e diretto da Burr Steers (come regista non ha mai fatto niente di particolarmente interessante, ma vanta una particina come attore in Pulp Fiction ) è sicuramente un film originale difficilmente collocabile in un unico genere cinematografico. Tratto dall’omonimo romanzo di Seth Grahame-Smith, l’insolita storia portata sul grande schermo da Steers, parte dall’idea del tutto nuova di aggiungere al grande classico scritto da Jane Austen nel 1813, elementi tipicamente horror.

Il film segue la trama originale di Orgoglio e pregiudizio, riletta in chiave gotica, dove l’Inghilterra dei primi dell’ottocento è invasa da un’orda di terrificanti morti viventi. La giovane Elizabeth Bennet vive, con le sue quattro sorelle e i genitori, in una casa di campagna. Le ragazze fin da bambine sono state addestrate dal padre a combattere, utilizzando differenti armi da difesa e apprendendo i segreti delle arti marziali, per essere pronte a contrastare l’invasione di zombie. Come nel romanzo della Austen, la principale preoccupazione di Mrs Bennet,  non sono i morti viventi, ma il riuscire a trovare un marito alle sue figlie che sia da considerarsi un buon partito. Mostri, combattimenti, sangue e scene splatter a parte, la storia prosegue come ci si aspetta, con Mr Bingley che corteggia Jane, la sorella maggiore, e Elizabeth che prende una bella cotta per Fitzwilliam Darcy.

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Orgoglio e pregiudizio e zombie riesce a unire il fascino di una storia d’amore, già portata sul grande schermo diverse volte (la mia preferita è quella del 2005 di Joe Wright con Keira Knightley), con il divertimento e la tensione di un vero e proprio zombie-movie. Un film romantico con l’aggiunta di combattimenti in costume e donzelle tutt’altro che indifese, ma vere e proprie guerriere. Action, horror e un pizzico di humor, si fondono con una storia d’amore classica, dando vita ad un film unico, che esplora generi diversi. Questa versione di Orgoglio e Pregiudizio, con l’aggiunta di violenza e sangue, poteva essere o una gran boiata oppure un capolavoro. Il film di Steers non è nessuno dei due, collocandosi esattamente nel mezzo e, proprio come il romanzo (per la prima volta in vita mia ho letto il libro molto prima che diventasse un fenomeno), parte da un’idea veramente nuova, ma che poteva essere sviluppata meglio. Sembra vi siano due storie completamente diverse, quella classica delle sorelle Bennet e un’altra dove c’è un’ invasione di zombie, che sovrapposte combaciano in soli pochi punti. Tuttavia, nel libro, si ha ancora di più la sensazione di stare leggendo il capolavoro della Austen nel quale siano accidentalmente finite pagine di un’altra storia. La trasposizione cinematografica non riesce a superare del tutto questo limite del romanzo anche se ottiene un risultato più fluido e meno forzato. L’unica vera grande pecca è quella di non aver osato di più, concedendo allo spettatore solo poche scene splatter, quasi mai in favore di telecamera, deludendo così quella parte di pubblico avida di carne e sangue come gli zombie sullo schermo (e ovviamente io sono fra questi). Orgoglio e pregiudizio e zombie è un film godibilissimo, divertente e volutamente trash, che sarebbe un peccato lasciarselo scappare!

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Dimenticavo… non scappate subitissimo ai titoli di coda!

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Point Break 2015

Point Break, diretto da Ericson Core (regista di Imbattibile, film sportivo del 2006 con Mark Wahlberg nei panni di  Vince Papale, ma soprattutto direttore della fotografia di Fast and Furious Daredevil), è una boiata pazzesca!  Remake dell’omonimo film del 1991 di Kathryn Bigelow, come il suo predecessore è un concentrato di adrenalina ma, a differenza di questo, la storia risulta essere meno strutturata, la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e i personaggi non hanno spessore diventando semplici strumenti in funzione del divertimento.

Johnny Utah – interpretato dal bel Luke Bracey, che mi ricorda un po’ Heath Ledger – è un giovane agente dell’FBI incaricato di indagare su alcuni atleti di sport estremi sospettati di aver commesso dei crimini a danno dello stato americano. Il ragazzo, esperto di motocross e di qualsiasi attività sportiva pericolosa, non esita ad entrare nella banda sotto copertura per scovare, il prima possibile, chi è la mente che si nasconde dietro tutte queste imprese spericolate. Conoscerà cosi Bodhi – che ha il volto e soprattutto il fisico del venezuelano Édgar Ramírez (il figliolo non è affatto male e ha una vaga somiglianza con Gerard Butler) – uomo senza paura pronto ad affrontare le otto prove di Ozaki, percorso unico ed estremo che richiede grande forza fisica e psicologica, per raggiungere l’illuminazione (so che ve lo state chiedendo e la risposta è no, non esistono davvero le otto prove di Ozaki).

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Il primo Point Break, quello con Patrick Swayze e Keanu Reeve, ha segnato la storia degli action thriller degli anni novanta, il suo remake invece, difficilmente riuscirà a lasciare un segno significativo perché oltre al semplice divertimento riesce a dare ben poco. Ericson Core ha voluto strafare spingendosi oltre il limiti fisici, portando così i personaggi a compiere azioni spettacolari, ma improbabili. Tra paesaggi mozzafiato, dove la maestosità della natura rende gli uomini ancora più piccoli – dalle alte vette delle Alpi italiane fino alle famose cascate Angel Falls in Venezuela – i protagonisti si cimentano in straordinarie prove da brivido decisamente poco credibili. Il film, fin dalle primissime immagini in cui Utah, in sella alla sua moto, affronta ad altissima velocità un percorso estremo, si focalizza solo sull’aspetto atletico, offrendo puro spettacolo a scapito della storia, troppo banale e prevedibile. Quello che conta davvero sono le imprese sportive: surf su onde gigantesche che capitano ogni dieci anni, lancio in tuta alare sfiorando le rocce, free climbing su pareti altissime, snowboard e motorcycling dove nessun altro aveva mai provato prima. La spettacolarizzazione dello sport, con le sue sfide estreme,  prende il sopravvento, trasformando in una sequenza di immagini impressionanti quello che viene spacciato come un action thriller, o peggio ancora, un remake di un film di successo. La telecamera, invece di cogliere negli occhi di Utah e Bodhi  il desiderio di sfidare i propri limiti cercando di dare un senso al loro legame, che va oltre gli schieramenti, si spinge tra le onde solcate dalle tavole da surf e fin dentro la terra smossa dalle ruote della motocicletta. Lo spettatore è coinvolto nelle imprese, sente quasi l’acqua sulla pelle e il vento sul viso, e questo è abbastanza per divertirsi facendo passare in secondo piano la storia.

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